Estratti e nuovi interventi per non dimenticare
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La matrice del Boston Consulting Group
Business Development
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Il principale obiettivo del metodo proposto dal Boston Consulting Group (BCG) è assistere il management nell’individuare le differenti esigenze di cash flow dei vari business facenti parte del portafoglio di un gruppo.
Il metodo BCG è articolato in tre fasi:
1. divide l’impresa in Strategic Business Unit (SBU) e individua le prospettive di sviluppo di ciascuna di esse nel lungo termine;
2. confronta le varie SBU mediante una matrice che traccia le prospettive future di ciascuna;
3. definisce obiettivi strategici per ciascuna SBU.
L’individuazione delle SBU è fatta in genere sulla base del prodotto / mercato in cui l’impresa compete. Dopo aver individuato le SBU, il management le valuta in base alla quota di mercato relativa e al ritmo di sviluppo del settore al quale la SBU appartiene.
L’obiettivo di valutare la capacità di sviluppo di un settore è stabilire se le condizioni siano tali da offrire opportunità di espansione alla SBU oppure se, al contrario, rappresentino una minaccia.
Il ritmo di sviluppo del settore cui appartiene la SBU è definito “alto” o “basso” a seconda che la domanda sia superiore o inferiore al ritmo di sviluppo generale dell’economia. Secondo BCG, i settori ad alto sviluppo hanno un ambiente competitivo più favorevole e prospettive di lungo termine migliori rispetto ai settori con basso sviluppo.
La matrice BCG

Lettura dei quadranti della matrice
La dimensione orizzontale misura la quota relativa di mercato, mentre quella verticale misura il ritmo di sviluppo del settore. Dividendo la matrice sviluppo-quote, possono essere distinti quattro tipi di SBU. I cerchi della matrice rappresentano un gruppo che ha otto prodotti o SBU. Uno di essi è stars, due sono cash cow, tre sono question marks e due sono dogs. Il centro del cerchio corrisponde alla posizione che una certa SBU ha rispetto alle due dimensioni della matrice. La dimensione di ciascun cerchio è proporzionale ai ricavi generati da ciascuna business units nel portafoglio del gruppo. Tanto più grande è il cerchio, tanto maggiori sono le dimensioni della SBU rispetto al totale dei ricavi del gruppo.
Stars - sono prodotti o businesses in un mercato di sviluppo in cui l’impresa ha una quota relativa alta. Spesso sono necessari forti investimenti per finanziare il loro rapido sviluppo. Hanno sia forze competitive che opportunità per ulteriore crescita. Offrono profitti nel lungo termine e opportunità di sviluppo. Ad un certo punto il ritmo di sviluppo può rallentare e possono trasformasi in cash cow.
Cash cows - sono prodotti o businesses in un mercato stabile o in declino in cui un gruppo ha una quota relativa alta. Hanno dunque una posizione competitiva forte in settori maturi; sono leaders nella produzione di basso costo nel settore di appartenenza; sono in grado di rimanere a lungo con buona redditività; non hanno necessità di forti investimenti per mantenere la loro posizione di mercato.
Assenza di prodotti in fase di crescita

Question marks - sono prodotti o businesses in un mercato in sviluppo in cui il gruppo ha una quota di mercato relativa bassa. Possono diventare stars se sostenuti con forti finanziamenti, lasciati soli perderebbero capacità competitiva. Il management deve decidere quali hanno le maggiori capacità di diventare stars e in quale misura investire in ciascuno di essi.
Dogs - sono prodotti o businesses in un mercato stabile o in declino in cui il gruppo ha una bassa quota di mercato relativa. La loro posizione competitiva è dunque debole in un settore con scarsa attrattività. Offrono dunque ben poche prospettive di futuro sviluppo e possono assorbire investimenti che sarebbero sottratti alle question marks o alle stars.
Assenza di prodotti generatori di cassa

Percorsi di successo e insuccesso

Lettura in sintesi della matrice
- Individuazione per ogni prodotto del ritmo di sviluppo del mercato e della quota di mercato relativa;
- Ogni prodotto in funzione del ritmo di sviluppo del mercato e della quota di mercato relativa viene posizionato all'interno della matrice con una circonferenza, che ne evidenzia il fatturato;
- I prodotti sono quindi classificati in funzione della posizione assunta all'interno della matrice;
- Ognuna delle quattro categorie determinate è valutata sulla base di aspetti finanziari e di reddito;
- Ritmo di sviluppo del mercato: assorbimento risorse finanziarie;
- Quota di mercato relativa: creazione di risorse finanziarie.
Le regole del buon capo di Cesare Vaciago
diXit
di Niccolò Zancan
Nel 2000 lei ha scritto un libro sulle dieci regole per essere un buon capo. Quali sono le prime tre?
«Guidare con l’esempio e non con l’autorità. Ricordare che c’è sempre reciprocità di ostilità e di attenzione. Tentare di valutare continuamente l’opera propria e quella altrui. Ma con il tempo ho capito che i buoni capi possono essere tanti e con approcci diversi».
Cesare Vaciago, city manager del Comune di Torino, risponde a Niccolò Zancan. Domanda e risposta sono estratte dall'intervista pubblicata domenica 10 aprile 2011 sul quotidiano La Stampa.
Prove di Governance europea
Colazione da NetManager
di Angelo Baglioni e Massimo Bordignon *
L'ultimo Consiglio Europeo potrebbe segnare una svolta importante nella riforma della governance economica europea, sebbene rimangano ancora rilevanti questioni da chiarire. Il nuovo Patto di stabilità richiederà un aggiustamento impegnativo all'Italia. Auspicabile una maggiore trasparenza sugli "altri fattori rilevanti" da considerare nel valutare il debito pubblico, coinvolgendo organismi tecnici indipendenti. Positiva l'estensione della vigilanza europea agli squilibri macroeconomici. Il futuro Esm avrà una governance politica e procedure onerose.
Le conclusioni del Consiglio europeo del 24-25 marzo potrebbero segnare un punto di svolta importante nella riforma della governance economica europea, sebbene rimangano rilevanti questioni sul tappeto, che sperabilmente dovrebbero essere risolte entro il prossimo mese di giugno (1). Il quadro che si va delineando, frutto delle decisioni prese negli ultimi mesi, comprende diversi elementi:
- Patto per l’euro (ridenominato Euro Plus Pact)
- Riforma del Patto di stabilità e crescita (Psc)
- Sorveglianza degli squilibri macroeconomici
- Fondo di stabilità finanziaria
Euro Plus Pact
Sul primo punto, il Consiglio ha ribadito quanto già stabilito nella riunione precedente e già commentato qui. Il presidente Van Rompuy ha insistito sul fatto che il Patto per l’euro è un di più, non un diverso, rispetto ai meccanismi di integrazione economica già esistenti, e che esso è aperto a tutti i paesi dell’Europa, inclusi quelli attualmente non partecipanti all’unione monetaria. È positivo quindi che la scorsa settimana altri sei paesi europei non appartenenti all’area euro (Danimarca, Polonia, Bulgaria, Romania, Lettonia e Lituania) abbiano annunciato la loro partecipazione volontaria al Patto per l’euro. Ciò dovrebbe rispondere alle preoccupazioni, espresse in molti ambienti istituzionali europei, relative alla possibile formazione di una Unione Europea a “due velocità” e di uno svuotamento delle istituzioni europee a favore di una ripresa del ruolo degli accordi intergovernativi come principale motore dell’integrazione. Anche per rispondere a queste preoccupazioni, le conclusioni del Consiglio hanno enfatizzato la necessità di riprendere il processo di rafforzamento del mercato unico e reiterato il ruolo delle istituzioni europee, a cominciare dalla Commissione, nel verificare gli impegni presi dai paesi nell’ambito delle nuove forme di integrazione. Naturalmente, bisognerà vedere se a questi auspici seguiranno i fatti, o se in effetti l’accelerazione nella integrazione economica tra i paesi euro non determinerà una cesura, potenzialmente pericolosa, nel processo di integrazione europeo.
Patto di stabilità e crescita
Se il nuovo Psc vedrà la luce nelle modalità previste, conterrà novità di rilievo. Anzitutto, si rafforza la parte preventiva del Patto, imponendo ai paesi che non hanno raggiunto il loro obiettivo di medio termine (in genere, il pareggio di bilancio), oltre alla correzione già prevista dello 0,5 per cento del Pil all’anno del loro disavanzo strutturale, anche l’ulteriore vincolo che la spesa nominale non debba crescere più della crescita di medio periodo dell’economia, evitando così che il miglioramento del saldo avvenga esclusivamente sul lato delle entrate. Per quanto riguarda la parte correttiva del Patto, si dà ora maggior peso al debito rispetto all’indebitamento netto, imponendo la regola che il rapporto debito/Pil debba ridursi annualmente di un ventesimo della distanza tra il rapporto debito/Pil di un paese e il valore obiettivo del 60 per cento sul Pil. Questa regola potrebbe risultare molto onerosa per un paese come l’Italia, che è caratterizzato da un livello di debito pubblico vicino al 120 per cento del Pil: la sua applicazione implicherebbe – a partire dal 2013 – una riduzione del deficit strutturale pari al 3 per cento del Pil; la correzione verrebbe quindi anticipata rispetto a stime precedenti. Peraltro, l’Italia ha ottenuto che l’applicazione della regola non sia automatica e che nella decisione relativa ad una eventuale procedura per deficit eccessivo si tenga conto anche di altri fattori rilevanti, quali per esempio il livello di debito del settore privato e le condizioni del sistema pensionistico. È dunque probabile che anche qualora il nuovo Psc venisse adottato, l’obiettivo di correzione attribuito all’Italia possa essere “contrattato” anno su anno, nell’incontro che i ministri finanziari della Unione Europea devono avere ad aprile per definire la propria strategia finanziaria per gli anni successivi, come previsto dall’introduzione del nuovo semestre europeo.
La considerazione di altri fattori rilevantipotrebbe rivelarsi un boomerang, qualora desse luogo ad una aggravio della correzione da realizzare, che si aggiunga a quella del “ventesimo” già esposta. Inoltre, essa potrebbe dare luogo a contrattazioni politiche poco trasparenti. Per evitare quest’ultimo inconveniente, sarebbe opportuno affidare a organismi tecnici indipendenti la definizione dell’impatto sulle finanze pubbliche derivante da alcuni fattori rilevanti, precedentemente individuati a livello politico. Ad esempio, la quantificazione dell’onere dovuto alla garanzia implicita di bail out del sistema bancario potrebbe essere affidata allo European Systemic Risk Board, che è stato istituito di recente allo scopo di valutare i rischi sistemici provenienti dal settore finanziario. Un recente esercizio mostra come l’Italia potrebbe collocarsi in una posizione di relativo vantaggio sotto questo profilo, grazie alla solidità del suo sistema bancario.
Dovrebbe diventare più facile imporre ai paesi inadempienti le sanzioni monetarie (ora previste anche nella fase preventiva), grazie al meccanismo del reverse voting, secondo il quale le sanzioni proposte dalla Commissione verrebbero automaticamente adottate a meno che non si esprima in modo contrario la maggioranza qualificata del Consiglio. Rispetto al passato – in cui le sanzioni non sono mai state applicate – questo meccanismo dovrebbe dare maggiore credibilità alla minaccia di subire il costo politico e monetario di una sanzione da parte dell’Europa.
Sorveglianza degli squilibri macroeconomici
Una importante novità è l’estensione dei meccanismi di prevenzione e correzione agli squilibri macroeconomici, che tuttavia necessitano di essere meglio definiti. Anche in questo caso, si prevede una fase di ”allarme preventivo”, che potrebbe dare luogo a raccomandazioni da parte della Commissione. Il mancato adeguamento di un paese alle raccomandazioni ricevute darebbe origine ad una “procedura per squilibri eccessivi” analoga a quella per disavanzi eccessivi, sebbene più flessibile per tenere conto dell’impatto indiretto delle politiche pubbliche sugli squilibri macroeconomici. Questo allargamento dell’orizzonte, rispetto al tradizionale focus sulla finanza pubblica, è da giudicare positivamente. Interessante è anche la previsione che le eventuale multe, prelevate sui paesi soggetti a procedure per squilibri macroeconomici e per deficit eccessivi, vengano devolute a finanziare i Fondi di stabilità finanziaria (Efsf e Esm): in questo modo, questi fondi di assistenza verrebbero in parte finanziati proprio dai paesi che potrebbero con maggiore probabilità trovarsi poi nelle condizioni di attingervi.
Fondo di stabilità finanziaria
Il Consiglio ha definito con precisione le caratteristiche del nuovo Meccanismo di stabilità europeo (Esm), l’istituto permanente che – grazie ad una modifica nel Trattato – sostituirà a partire dal 2013 gli attuali e temporanei fondi di stabilizzazione, l’Efsf e Efsm. Oltre ai commenti fatti in precedenza, va segnalato che la governance del Fondo sarà politica: l’organo di governo sarà infatti il Board of Governors, formato dai ministri delle Finanze dell’area euro. L’erogazione dei fondi avverrà attraverso una complicata procedura, che coinvolgerà i governi degli stati membri, la Commissione, la Bce e l’Fmi. I tassi applicati ai prestiti saranno penalizzanti, prevedendo l’applicazione di due o tre punti percentuali di mark-up (a seconda della scadenza) rispetto al costo del funding per il Fondo. I prestiti saranno condizionati, oltre che all’adozione di programmi di aggiustamento fiscale, anche alla rinegoziazione del debito sul mercato: i creditori privati dovranno così contribuire al risanamento del bilancio pubblico. Il Fondo godrà dello status di creditore privilegiato: sarà rimborsato prima dei privati. Insomma, la cancelliera Angela Merkel ha preso le sue precauzioni. Ma come se non bastasse, ha ottenuto che il versamento del capitale di 80 miliardi da parte dei paesi al nuovo Fondo (l’Italia dovrà versarne 14,3) verrà spalmato in cinque trancheannuali,invece delle due originariamente previste nell’accordo di inizio marzo. Il resto delle disponibilità del Fondo, per un totale di 700 miliardi, di cui 500 effettivamente elargibili, è composto da callable capital e dalle garanzie offerte dai paesi partecipanti all’euro (2).
(1) Le nuove regole relative alla riforma del Patto di stabilità e alla nuova procedura di sorveglianza multilaterale macroeconomica (cinque regolamenti e una direttiva) sono soggette alla procedura di co-decisione con il Parlamento europeo e dunque richiedono l’approvazione di quest’ultimo. Ci si aspetta che il Parlamento approvi l’intero pacchetto entro giugno, limitandosi ad alcune modifiche procedurali.
(2) La sovrabbondanza della dotazione del Fondo rispetto a quanto effettivamente a disposizione per i prestiti serve a garantire la tripla A alle emissioni del Fondo stesso.
* Angelo Baglioni si è laureato presso l'Università Bocconi e ha conseguito il Master in Economics presso la University of Pennsylvania; insegna Economia Politica presso l'Università Cattolica di Milano, Facoltà di Scienze Bancarie, Finanziarie e Assicurative.
Massimo Bordignon si è laureato in Filosofia a Firenze e ha svolto studi di economia nel Regno Unito; insegna Scienza delle Finanze presso l'Università Cattolica di Milano, dove dirige anche il Master in Economia Pubblica. Numerosi sono i loro contributi pubblicati sul sito Lavoce.info
Lo spazio come identità
diXit
di Franco Guidi
«Il valore dell'impresa passa attraverso il progetto dell'ufficio. Rinforza il senso di appartenenza e lo spirito di squadra. Nascono luoghi per la conversazione e gli incontri».
Franco Guidi, amministratore delegato di DEGW Italia sul numero 1/2011 di Casa Amica fa il punto sulla grande trasformazione che sta riconfigurando l'ufficio.
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L'ultima truffa del piano-crescita
Colazione da NetManager
di Tito Boeri
Se ne accorgerà Mille e otto giorni dopo il suo insediamento, con gli italiani che hanno nel frattempo perso in media 1000 euro di reddito a testa e con un milione tra disoccupati e cassintegrati a zero ore in più. Non è mai troppo tardi per tornare a crescere.
E si possono fare tante riforme utili per lo sviluppo del Paese a costo zero, senza dover necessariamente impegnare nuove risorse, dopo che il debito pubblico ha superato il 120 per cento del prodotto interno lordo. Ma bisogna volerlo fare. Soprattutto quando non ci sono risorse da mettere sul piatto, occorre investire molto capitale politico nel costruire alleanze trasversali in grado di vincere l´agguerritissima resistenza al cambiamento. Ad altre attività sono state destinate sin qui le energie e le risorse personali del nostro presidente del Consiglio. Abbiamo così dovuto accontentarci degli annunci, reiterati grazie all´occupazione dello spazio televisivo.
Quattro i piani casa annunciati dal giugno 2008. Sin qui sono stati di carta. Non ci risulta infatti che sia stata posata la prima pietra per la costruzione di una qualche nuova casa. La riforma fiscale doveva essere la "riforma del secolo" ed era data come approvata entro il 2010. Avrebbe dovuto alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sui fattori produttivi spostandolo sulle rendite, anche a parità di gettito. Non solo la riforma non c´è stata, ma con il decreto sul federalismo comunale che il Governo ha cercato di varare la scorsa settimana nonostante il voto della bicamerale si aumenta il prelievo sulle imprese e sui lavoratori autonomi riducendo ulteriormente le tasse sugli immobili. Il neo presidente della Consob, Giuseppe Vegas, che ha votato la fiducia a Berlusconi dopo la sua nomina sancendo che la sua è un´autorità dipendente, ribadisce che non si aumenterà il prelievo sulle rendite finanziarie. Chi guadagna comprando e vendendo azioni (in genere persone con redditi elevati) continuerà ad essere tassato ad un´aliquota pari alla metà di quella di chi ha solo un reddito da lavoro ai minimi della scala retributiva. Insomma l´unica riforma fiscale all´orizzonte è più tasse su chi lavora, meno sulle rendite.
Quella della pubblica amministrazione sembrava l´unica vera riforma economica di questo esecutivo. Avrebbe potuto ridurre molte inefficienze che gravano su famiglie e imprese. Ma la riforma Brunetta è stata cancellata ancor prima di entrare in vigore. Dapprima la manovra ha posto tetti alla crescita delle retribuzioni nel pubblico impiego in modo del tutto indiscriminato, in barba ai premi al merito introdotti dalla riforma Brunetta, poi le autorità di valutazione non sono state messe in condizione di operare, costringendo alle dimissioni i valutatori. Infine, l´accordo appena concluso con Cisl e Uil nega la possibilità stessa che si possano retribuire in modo diverso dirigenti e impiegati: non ci saranno né penalizzazioni, né incrementi retributivi per i più bravi. Siamo tornati all´egualitarismo retributivo più piatto. Avremo così, alla luce degli insulti destinati in questo periodo ai dipendenti pubblici, un´amministrazione non solo non motivata, ma addirittura demotivata. Anche chi trovava stimoli pensando alla propria funzione sociale, rischia di ritenere inutile ogni suo sforzo per migliorare la qualità del servizio offerto ai cittadini.
L´emblema del disinteresse dell´esecutivo riguardo alla crescita economica è nell´abolizione di fatto del ministero dello Sviluppo economico, prima lasciato vacante e poi affidato a chi, da viceministro, ha agito come lobbista di Mediaset a Bruxelles cercando di impedire l´ingresso di Sky nel digitale terrestre e poi, da ministro, si occupa di scrivere esposti all´Agcom contro i conduttori televisivi rei di criticare Silvio Berlusconi. La Lega aveva chiesto di spostare qualche ministro a Milano. Non sapevamo che la sede prescelta per Paolo Romani fosse Cologno Monzese.
L´elenco potrebbe continuare. Il fatto è che nei Paesi che non hanno smesso di crescere i governi di centro-destra si concentrano almeno sulle liberalizzazioni dei mercati. Sin qui il popolo delle libertà ha solo proceduto scientificamente a smantellare le libertà introdotte dal governo di centro-sinistra precedente. Depotenziate in tutti i modi le autorità di regolazione dei mercati, quelle che combattono i monopoli, norme che riducono la concorrenza nel settore farmaceutico, delle assicurazioni, del gas, infilate con tuta mimetica in disegni di legge che si occupano di tutt´altro, come denunciato ampiamente dall´Autorità Garante della Concorrenza e dei Mercati. Quest´ultima era già stata messo non in condizione di sanzionare dal decreto Alitalia che ripristina il monopolio sulla tratta Milano-Roma. Testimone degli intenti liberalizzatori del governo è il disegno di legge sulla professione forense: reintroduce le tariffe minime, "inderogabili e vincolanti", vieta ai giovani avvocati di competere sul prezzo con chi è già ben avviato, offrendo e facendo pubblicità a prestazioni a costi più bassi. Questo significa costi legali più alti per cittadini e imprese.
Alla luce di tutto questo le proposte di modifica dell´art 41 della Costituzione sulla libertà d´impresa, un articolo che non ha sin qui impedito ad alcuna impresa di nascere in Italia, sembrano avere l´unico intento di prendere tempo gettando la palla in tribuna.
Ci accontenteremmo allora che oggi il governo tornasse lì dove aveva ricevuto il testimone, ritirando il disegno di legge sulla riforma dell´ordine forense come già chiesto da Mario Monti sul Corriere della Sera domenica, imponendo anche agli altri ordini professionali di procedere negli adempimenti previsti dalle lenzuolate di Bersani. Ci basterebbe che istituisse finalmente l´autorità indipendente di regolazione dei trasporti e, in particolare, del settore ferroviario, dove più urgente appare l´applicazione di regole trasparenti, certe e non discriminatorie a fronte dell´ingresso di nuovi operatori. Vorremmo che avviasse per davvero la liberalizzazione delle Poste senza affidare a Poste Italiane il compito improprio di sportello della Banca del Sud, riducendo la concorrenza anche nel settore bancario. Vorremmo che premiasse i Comuni che procedono alla liberalizzazione dei servizi pubblici locali, sanzionando quelli che vi oppongono resistenza. Qualora, come probabile, questo desiderio non venisse esaudito, sarebbe bello vedere questi intendimenti raccolti dalle forze all´opposizione. Sarebbe una dimostrazione tangibile del fatto che oggi in Italia c´è davvero un´alternativa, qualcuno che bada al sodo e non solo agli annunci.
Lavori socialmente umili
Colazione da NetManager
di Alessandro Rosina*
L'invito all'umiltà recentemente rivolto ai giovani italiani dal ministro Meloni è ingiusto e ingeneroso, ma anche sbagliato. Perché il limite maggiore del nostro sistema paese è proprio l'incapacità di valorizzare al meglio il capitale umano delle nuove generazioni. Inoltre siamo uno dei paesi che meno riducono gli svantaggi di partenza. E dove, di conseguenza, sul destino dei singoli pesano di più le risorse della famiglia di origine, indipendentemente dalle effettive capacità e potenzialità di ciascuno. Non è certo così che possiamo ottenere un'Italia migliore.
Ci risiamo. Di nuovo l’annuncio di misure a favore dei giovani - comunque parziali e limitate di fronte alla profonda gravità della condizione in cui sono stati lasciati precipitare - viene immancabilmente accompagnato da una paternale. Con il precedente governo la gentile concessione di qualche incentivo all’autonomia residenziale, era stata associata all’infelice accusa di essere una generazione di bamboccioni. Con meno fantasia, il ministro Meloni, nella recente presentazione delle misure messe in campo con il Piano per l’occupabilità dei giovani, li ha rimproverati di non essere sufficientemente “umili”.
La virtù che manca
Cari giovani italiani che, come spesso accade, accettate di svolgere gratuitamente lavori travestiti da stage, siate più umili. Cari giovani che vi accontentate di contratti a scadenza sempre più breve e spesso sottopagati, siate più umili. Cari giovani che vivete in un paese senza adeguati strumenti di welfare attivo, presenti invece in larga parte d’Europa, siate più umili.
E i giovani italiani che se ne sono fuggiti all’estero - perché qui il loro talento non veniva riconosciuto, trovando oltre confine spazi e opportunità che il nostro paese non ha saputo dare - hanno qualcosa da dire in merito? Scrivano al ministro della Gioventù spiegandole perché non sono stati così umili da rimanere nel loro luogo di nascita accontentandosi di quello che veniva loro offerto. Raccontino perché sono fuoriusciti nonostante la crescente domanda di impiego come badanti in Italia. Da fuori confine, poi, diventano i critici più accesi dei limiti del nostro paese e dell’inadeguatezza della sua classe dirigente: quanta arroganza e irriconoscenza.
Capitale umano sprecato
L’invito all’umiltà del ministro è ingiusto e ingeneroso, ma anche sbagliato per almeno due ordini di motivi. Il primo riguarda il fatto che il limite maggiore del nostro sistema paese è proprio l’incapacità di valorizzare al meglio il capitale umano delle nuove generazioni. Più che invitare i giovani a guardare in basso, dovremmo aiutarli a puntare in alto e a raggiungere la posizione nella quale le loro doti e capacità possono rendere di più. C’è, del resto, un ampio riconoscimento nel considerare il capitale umano come la risorsa più importante che le economie avanzate possiedono per crescere ed essere competitive in questo secolo. L’Italia è, però, uno degli stati del mondo sviluppato che peggio interpreta questa cruciale sfida, a danno non solo dei giovani, ma delle stesse potenzialità di sviluppo del paese. Sono molti i dati Eurostat e Ocse che si possono citare al riguardo, tutti coerenti tra di loro. Siamo, ad esempio, tra quelli che investono di meno in ricerca e sviluppo, che presentano più bassi tassi di occupazione tra i giovani laureati, che meno attraggono dall’estero capitale umano di qualità.
L’Italia ha di fronte due strade: a) rialzare i livelli di crescita e di sviluppo del paese allineandoli alle potenzialità del capitale umano delle nuove generazioni, oppure b) piegare al ribasso ambizioni e aspettative dei giovani per adeguarle a un’economia rassegnata al declino. L’invito del ministro è coerente con la seconda opzione.
Socialmente umili
Il secondo motivo riguarda la carenza di investimento pubblico in promozione e protezione sociale a favore delle nuove generazioni. Come molte ricerche evidenziano, siamo uno dei paesi che meno riducono gli svantaggi di partenza e dove, conseguentemente, maggiormente pesano le risorse della famiglia di origine nel destino dei singoli. Questo significa che chi è in alto nella scala sociale è più protetto dai rischi di discesa e potrà, più facilmente di quanto avvenga in altri paesi, occupare posizioni più elevate rispetto alle sue reali capacità. E, per converso, significa che chi non è stato accorto nello scegliere la famiglia in cui nascere (o non s’ingrazia il potente giusto) più difficilmente riuscirà a veder riconosciuti e valorizzati i propri talenti. Il fatto che la famiglia di origine costituisca il pressoché esclusivo strumento di promozione e di ammortizzazione sociale dei giovani, rende non solo più iniquo il sistema italiano, ma anche meno dinamico ed efficiente. Non si ottiene, infatti, quella allocazione ottimale delle risorse che presuppone che il posto giusto sia occupato dalla persona più capace e competente per svolgerlo, non invece da chi ha le spinte e le conoscenze giuste.
L’invito all’umiltà in un sistema di questo tipo si risolve semplicemente in un invito a chi proviene da famiglie meno fortunate a continuare ad accontentarsi di titoli di studio più bassi e di lavori meno prestigiosi, indipendentemente dalle sue effettive capacità e potenzialità. Non è certo chiedendo a costoro di rinunciare a realizzare i propri sogni che possiamo ottenere un’Italia migliore.
È bene allora che i giovani siano ambiziosi, soprattutto nei confronti di se stessi, perché, come scrive il filosofo gesuita Paul Valadier, “non si può far nulla senza l’amore per se stessi o senza la preoccupazione di valorizzare i propri talenti”. (tratto da LaVoce.info)
* Alessandro Rosina è Professore Associato di Demografia all’Università Cattolica di Milano, dove insegna Demografia e Modelli di Population Dynamics
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